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LA STORIA DEI FAR
DAI PRIMI GRUPPI CLANDESTINI AL TERRORISMO NEOFASCISTA NELL’IMMEDIATO DOPOGUERRA. GLI ANTESIGNANI DI ORDINE NUOVO E AVANGUARDIA NAZIONALE
SAVERIO FERRARI  -  Osservatorio Democratico  -  30/04/2003





LA STORIA DEI FAR
DAI PRIMI GRUPPI CLANDESTINI AL TERRORISMO NEOFASCISTA NELL’IMMEDIATO DOPOGUERRA
GLI ANTESIGNANI DI ORDINE NUOVO E AVANGUARDIA NAZIONALE

I FAR (I “Fasci di Azione Rivoluzionaria”) nasceranno all’inizio dell’autunno del 1946, a seguito della fusione dei diversi gruppi paramilitari e delle organizzazioni terroristiche neofasciste che avevano iniziato ad operare quasi subito nell’Italia del dopoguerra.
Il compito di riunificare quest’area variegata di sigle e organismi clandestini, spesso operanti in contrasto fra loro, sarà assunto in prima persona da Giorgio Almirante (ex-segretario di redazione de “La difesa della razza” e capo di gabinetto del Ministro della Cultura popolare a Salò), da “Pino” Nettuno Romualdi (già vice-segretario nazionale del “Partito Fascista Repubblicano”) e da Roberto Mieville (proveniente dai “criminal fascists camps”). La costituzione dei FAR, nella cui sigla è evidente il richiamo al primo movimento fascista della fine del 1914, avverrà solo al termine di un tormentato percorso e dopo numerose riunioni segrete, tenutesi dall’estate sino all’ottobre del 1946. Quasi contestualmente, non sembri una contraddizione, proprio gli stessi Almirante, Romualdi e Mieville lavoreranno a far nascere il MSI (Movimento Sociale Italiano). I FAR rappresenteranno, infatti, come vedremo, nulla più che una tappa nel progetto di ricostruzione in Italia di un partito politico fascista.

I PRIMI GRUPPI CLANDESTINI

I primi gruppi clandestini cominceranno ad entrare in azione già nella seconda metà del 1945, a soli pochi mesi dalla “liberazione”. Divisi tra chi assumerà connotati prevalentemente di tipo paramilitare, in più di un caso con simpatie monarchiche (la speranza di un colpo di stato promosso dalla “casa reale” aveva un suo seguito), e chi invece imboccherà immediatamente la strada del terrorismo politico, richiamandosi esplicitamente alla RSI, avranno in comune un diffuso e immediato ricorso ad attività illegali per procurarsi finanziamenti, organizzando rapine, ma anche fabbricando e spacciando, non infrequentemente, monete false. Per questo stesso reato finirà arrestato e condannato il capo di “Orso Nero”, ma anche il leader del “Partito Fascista Democratico”, Domenico Leccisi, di cui avremo modo successivamente di parlare, autore insieme al suo piccolo raggruppamento di un’azione che proprio nel 1946, a Milano, gli procurerà un’insperata notorietà. Queste formazioni, generalmente composte di pochissime unità, saranno più attive al Nord, in particolare in Lombardia, dove assumeranno le denominazioni più svariare. Accanto alle SAM (le “Squadre d’Azione Mussolini”, sigla che verrà nuovamente riciclata nei primissimi anni ‘70), operanti già alla fine del 1945 tra Milano, Como e Monza, compariranno i GAM, vale a dire i “Gruppi di Azione Monarchica”. Le azioni di cui questi gruppi si renderanno protagonisti saranno soprattutto attentati, in particolare alle sedi dei partiti di sinistra, ma anche scorribande notturne, tese a spaventare la popolazione civile, sparando raffiche di mitra all’impazzata con auto-fantasma che attraversavano a forte velocità i quartieri delle città. Così accadrà a Ivrea, Casale Monferrato e Torino, a Vicenza e a Milano. Il 24 dicembre del ’45 una bomba verrà anche fatta scoppiare a Roma nella sede della direzione del PCI, mentre il 12 gennaio successivo, nella stessa notte, saranno devastate a San Gimignano le sedi del CNL del PCI e dei socialisti. Ma la catena degli attentati sarà lunghissima: un gruppo di fascisti darà l’assalto con bombe a mano, la sera del 23 agosto 1946, alla Casa del Popolo di Via Conte Rosso, in zona Lambrate, a Milano, dopo aver fatto esplodere un ordigno a orologeria che devasterà lo stabile. Alla reazione degli occupanti, un fascista, negli scontri che seguirono, rimarrà colpito a morte. Il 9 ottobre dello stesso anno, una carica esplosiva colpirà invece la sede del PCI di Porta Genova, sempre a Milano, uccidendo il figlioletto di soli cinque anni del custode. “Lotta Fascista”, individuata come responsabile di questo fatto criminoso, si scoprirà essere collegata al PDF di Domenico Leccisi, le cui attività non saranno solo dimostrative, ma esplicitamente di tipo terroristico. Tra gli scopi dichiarati di queste iniziative, la liberazione dei detenuti politici rinchiusi nelle carceri. Una delle stesse rivolte, scoppiate in quel periodo a San Vittore, vedrà operare all’esterno, nel tentativo di assalto per liberare i prigionieri, nientemeno che Giuseppe Caradonna, già ras agrario e organizzatore in Puglia, all’epoca dell’ascesa del fascismo, di squadre di “mazzieri” a cavallo.

IL TRAFUGAMENTO DELLA SALMA DI MUSSOLINI

Nella notte fra il 22 e il 23 aprile del 1946, alcuni componenti del cosiddetto “ Partito Democratico Fascista”, guidati da Domenico Leccisi entrò a Milano nel cimitero di Musocco, dove era stato tumulato in forma anonima, al campo 16, il cadavere di Mussolini. Dopo aver scoperchiato la bara, trafugarono in modo assai maldestro la salma, perdendo, lungo il tragitto verso un’Aprilia rubata che si trovava all’esterno del camposanto, anche alcune ossa.
L’azione verrà rivendicata dal “Comitato Direttivo Centrale” del PDF con un manifesto lasciato nella fossa e con un comunicato alle redazioni de “L’Unità” e dell’”Avanti”. L’intenzione era di conservare la salma fino al momento di inumarla solennemente. Dopo alcuni arresti, tra gli altri dello stesso Leccisi, e svariate macabre traversie del cadavere, sottoposto a successivi trasporti (prima a Madesimo in una villa, poi custodito nei locali del convento francescano di Sant’Angelo di Milano da due frati, Alberto Parini e Enrico Zucca, partecipi del progetto di trafugamento), il 12 agosto, anche grazie all’intervento dei servizi vaticani, il corpo di Mussolini, ormai ridottosi ad un ammasso disordinato di ossa, sarà fatto rintracciare alla Questura di Milano all’interno della Certosa di Pavia, in un baule dentro ad un armadio a muro. Domenico Leccisi verrà giudicato dalla Corte d’Assise di Milano. Amnistiato per la sottrazione della salma verrà invece condannato, il 4 aprile del 1947, a sei anni, per la contraffazione dei biglietti di banca con i quali finanziava il proprio movimento. Scarcerato dopo 21 mesi di detenzione, fu eletto nel 1951 in Consiglio Comunale. Diventato una sorta di “eroe” per il neofascismo nazionale, nel 1953 entrò in Parlamento, surclassando il capolista del MSI Pino Romualdi, nella circoscrizione di Milano-Pavia.

ALTRE IMPRESE

Anche altre azioni, sempre promosse da organizzazioni clandestine neofasciste, faranno parlare. A Roma, sempre nel 1946, nella notte fra il 30 aprile e il 1 maggio, alle 23, un gruppo armato, occuperà la stazione radio di Monte Mario trasmettendo “Giovinezza” e commemorando il “duce”. La Polizia interverrà solo tre quarti d’ora dopo. Sempre nella stessa notte, un altro “manipolo”, prima lancerà due bombe a mano contro la sede della direzione del PCI, poi altri ordigni contro gli uffici de “L’Unità” e dell’”Avanti!”. Anche un’altra bomba verrà tirata contro la sede dei socialisti. L’impresa di Monte Mario sarà opera del gruppo “Credere” di Pino Romualdi, composto da reduci della Repubblica Sociale, affiliato al “Partito Repubblicano Mazziniano Nazionale della Giovine Italia”.

LA NASCITA DEI FAR

Dopo il referendum del 2 giugno 1946, sulla scelta fra monarchia e Repubblica, svanita anche la speranza di un colpo di stato monarchico, le trattative già avviate in precedenza, soprattutto con la Democrazia Cristiana ed il Vaticano, convinceranno i capi del neofascismo a costituire una forza politica alla luce del sole. Verrà così avviata una doppia tattica attraverso la quale l’azione terroristica si combinerà con la partecipazione alla vita politica pubblica.
Anzi, il compito dei FAR sembrerebbe sia stato, in questo quadro, proprio quello di mantenere in vita i gruppi clandestini che “andavano lentamente dissolvendosi”, come ebbe a scrivere Mario Tedeschi nel suo libro rievocativo “Fascisti dopo Mussolini”. Mario Tedeschi che visse questa esperienza dall’interno, racconterà anche delle coperture delle molte autorità ecclesiatiche nei confronti non solo dei numerosi repubblichini ed ex-nazisti ricercati per i crimini compiuti contro i partigiani e la popolazione civile, ma anche degli stessi aderenti al movimento clandestino. I FAR si dettero un “Direttorio nazionale” e costituiranno un proprio “Esercito Clandestino Anticomunista” (poi successivamente trasformatosi in “Esercito Nazionale Anticomunista”), per “cancellare la marmaglia antifascista”.
Tre saranno i fogli, già espressione di precedenti nuclei terroristici, cui verrà demandato il compito di veicolare propagandisticamente le idee dei FAR: “Rivoluzione”, “Credere” e “Mussolini”. La cerimonia di affiliazione ai FAR avveniva davanti all’effige di Mussolini e a un “pugnale legionario”, pronunciando il giuramento già usato per le forze armate della RSI. L’aderente poi si dava un nome di battaglia, ricavandolo da un caduto. Ma i FAR avranno vita breve e tormentata, nei fatti solo fino al luglio del 1947, quando una scissione, promossa proprio da chi intendeva passare alla lotta politica aperta, ne decretò la fine.
E’ comunque anche questa una stagione di bombe e violenze, tra l’altro i FAR tenteranno di far saltare con trenta chili di esplosivo il palazzo di Botteghe Oscure, mentre il 12 giugno del 1947 a Milano piazzeranno un barattolo di gelatina esplosiva davanti la Federazione del PCI milanese. Le forze di polizia, che avevano represso con una certa efficacia il fenomeno del neofascismo clandestino almeno fino alla rottura, il 17 maggio 1947, dei governi di unità nazionale, a fine giugno, sotto la spinta delle sinistre, furono costrette a compiere operazioni contro i FAR in alcune città: Roma, Milano, Parma, Padova, Venezia e Napoli. Numerosi gli arresti e i sequestri di armi, ma solo uno dei capi cadrà nella rete, l’ex-federale repubblichino di Roma, Giuseppe Pizzirani. A Milano, qualche tempo dopo, il 4 novembre, sarà invece la “Volante Rossa” ad incaricarsi autonomamente di intercettare ed eliminare il comandante dei FAR, Ferruccio Gatti, ex-generale della “Milizia”, uccidendolo a colpi di pistola nella sua abitazione. Ma è ormai nel MSI, nato il 26 dicembre del 1946, che progressivamente confluiranno i gruppi clandestini, così i FAR che andranno ad ingrossare la sua struttura clandestina, l’OGS, l’”Organizzazione Giustizia Speciale”. Solo una parte si predisporrà a continuare l’avventura qualche anno più tardi. L’ultimo capitolo della sua storia.

I SEGUACI DI EVOLA

La vecchia sigla dei FAR, rimasta in mano ai seguaci di Julius Evola (il principale teorico neonazista italiano), verrà resuscitata all’inizio degli anni ‘50. A questa “corrente germanica” e “razzista” (come ebbe a scrivere Tedeschi) faranno capo figure che ritroveremo per lunghi anni nelle cronache della violenza neofascista, come Pino Rauti, Clemente Graziani, Fausto Gianfranceschi, Enzo Erra, Francesco Petronio, Cesare Pozzo, Mario Gionfrida, Nino Capotondi, Franco Dragoni, Alberto Ribacchi. La prima uscita è del 28 ottobre 1950, in ricordo del 29° anniversario della “marcia su Roma. Una bomba carta esploderà nella galleria di Piazza Colonna. Il 16 novembre due attentati, compiuti con bombe ad alto potenziale, colpiranno invece la sede del Partito Repubblicano e quella del PSU, lesionando gravemente gli stabili. Crolleranno anche intere rampe di scale.
Poche settimane dopo, i primi arresti. Tra gli altri, Pino Rauti, Enzo Erra e Cesare Pozzo.
Il 12 marzo 1951 riprenderanno gli attentati: Clemente Graziani depositerà una bomba al Ministero degli Esteri, Franco Dragoni lancerà un ordigno contro l’ambasciata americana, Fausto Gianfranceschi contro la delegazione jugoslava. Il 18 aprile verrà invece presa di mira la casa di Scelba. La miccia che avrebbe dovuto far esplodere un chilo e mezzo di tritolo si spegnerà da sola, evitando una strage. Le sedi dell’ANPI di Roma, Milano e Brescia subiranno gravi attentati il 25 aprile successivo.
Il 24 maggio scatteranno numerosi arresti: Fausto Gianfranceschi (appena di ritorno dall’aver partecipato a Malmoe, su incarico dell’associazione giovanile del MSI, ad una delle prime riunioni dell’Internazionale Nera); Clemente Graziani (membro della Giunta nazionale del movimento giovanile missino); Franco Petronio, Franco Dragoni e Flaminio Capotondi; Amedeo Bassi (del servizio estero della direzione del MSI); Mario Gionfrida e Alberto Ribacchi (segretario provinciale a Roma del gruppo giovanile missino); Egidio Sterpa (giornalista di “Asso di bastoni”). Anche Julius Evola, considerato l’”ispiratore ideale” del gruppo, sarà arrestato e condotto nell’infermeria del carcere di Regina Coeli.
Come è facile costatare, gli aderenti ai FAR, erano al contempo, interni al MSI. Anche per questo assolutamente prive di credibilità furono le proclamazioni di estraneità da parte dei vertici del partito. Lo stesso Rauti al momento dell’arresto ricopriva a Roma incarichi di dirigente provinciale del MSI. In seguito, Cesare Pozzo sarà anche eletto deputato, dopo che nel 1952 rimase seriamente ferito da una bomba a mano, lanciata da un altro fascista, a Trieste nel corso dell’assalto alla sede del Fronte Sloveno. Come se non bastasse, ricoprì a lungo, negli anni ’70, l’incarico di capo-ufficio stampa e propaganda del MSI-Destra Nazionale, comparendo in televisione a fianco di Almirante nelle tribune politiche elettorali. Franco Dragoni diverrà segretario della federazione modenese del MSI e, successivamente, lavorerà presso la direzione nazionale.
Il processo ai FAR si concluderà il 20 novembre del 1951. Clemente Graziani, Fausto Gianfranceschi e Franco Dragoni saranno condannati a un anno e undici mesi. Altri dieci imputati a pene minori, tra i due e gli undici mesi. Tutti gli altri saranno assolti. Tra loro Evola, Rauti, Erra, Petronio e Sterpa (futuro ministro per il partito liberale negli anni ’90 ed eletto in Parlamento nel 2001 nelle fila di Forza Italia).

Alcune di queste figure le ritroveremo anni dopo: Clemente Graziani, insieme a Pino Rauti, sarà tra i fondatori di Ordine Nuovo; Fausto Gianfranceschi parteciperà al famoso convegno, dal 3 al 5 maggio del 1965 a Roma, all’Hotel Parco dei Principi, dove si getteranno le basi della “strategia della tensione”. Con lui Enrico De Boccard, già nei primi FAR. A presiedere quel convegno Gianfranco Finaldi del fantomatico “Istituto di studi storici e militari Alberto Pollio”. Finaldi, anch’egli nei FAR, in apertura dei lavori comunicò ai presenti: “Abbiamo qui tra noi venti studenti universitari che l’Istituto Pollio ha pregato dopo una selezione al merito di prendere parte ai lavori, appunto come gruppo. Essi porteranno avanti l’esame degli argomenti che qui saranno trattati e ne faranno oggetto di ulteriori ricerche”. Quegli studenti universitari, tutti picchiatori e “bombardieri”, erano guidati da Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino. La storia dei FAR continuava in quella di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale.

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