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GIOVEDI’ 27 APRILE 2006
IN RICORDO DEL TRENTENNALE DELL’ASSASSINIO DI GAETANO AMOROSO
redazione osservatorio democratico - redazione Osservatorio Democratico - 24/04/2006
MILANO
GIOVEDI’ 27 APRILE
ORE 18
PRESIDIO ANTIFASCISTA
C.SO INDIPENDENZA
ANGOLO VIA FRATELLI BRONZETTI
IN RICORDO DEL TRENTENNALE DELL’ASSASSINIO DI GAETANO AMOROSO
“ARRESTATI NOVE MISSINI ACCOLTELLATORI: VOLEVANO ‘DARE UNA LEZIONE AI ROSSI’”
L’UNITÀ, 30 APRILE 1976
Milano, 29 aprile
Cercavano qualche “rosso per dargli una lezione”. Hanno visto quattro giovani e una ragazza che non conoscevano ma che avevano tutta l’aria di essere “rossi”; hanno bloccato i tre che non sono riusciti a scappare, li hanno storditi a pugni e calci, poi li hanno colpiti a turno con un solo coltello, nell’agghiacciante rituale di un crimine di gruppo. Solo per caso non c’è stato un altro delitto come quello di cui fu vittima Brasili, lo studente lavoratore assassinato nel pieno centro di Milano perché “sembrava un cinese”.
Così il sostituto procuratore Luigi De Liguori, il dirigente l’ufficio politico e della questura Meterangelis, e i funzionari Rea e Puttomatti hanno ricostruito nelle sue barbariche premesse e nelle sue feroci sequenze l’accoltellamento di tre giovani antifascisti, avvenuto martedì sera a Città Studi. Una ricostruzione sostanzialmente ammessa dai nove missini arrestati: Gian Luca Folli, di 18 anni; marco Meroni, di 19 anni; Angelo Croce, di 20 anni; Luigi Fraschini, di 23 anni; Antonio Pietropaolo; Danilo Terenghi; Walter Cagnani; Claudio Forcati tutti di 20 anni, Gilberto Cavallini, di 24 anni. L’accusa è di tentato omicidio pluriaggravate e di detenzione di arma. In carcere è finito un altro fascista, il più noto del gruppo, Ugo Bersani detto “Balilla”, 37 anni, è accusato di reticenza.
Il primo anello della catena a saltare è stato Gilberto Cavallini. Il commissario capo Rea ha interrogato in ospedale uno dei feriti, Luigi Spera (gli altri due sono Carlo Palma e Gaetano Amoroso, quest’ultimo ancora in gravi condizioni). Dalla descrizione di uno degli aggressori ha capito che si trattava, con ogni probabilità, del Cavallini, uno dei “duri” del fascismo milanese che conosceva. Gilberto Cavallini, ha detto uno degli inquirenti, “crede di essere qualcuno nel MSI milanese”. O almeno, vuol diventarlo, e non indietreggia davanti a niente, neppure di fronte alla violenza più gratuita e odiosa. Pere esempio quando nel settembre 1974 ridusse in fin di vita con una rivoltellata in pieno petto un garagista che, essendo trascorso l’orario di chiusura, si era rifiutato di fare il pieno di benzina alla sua moto.
Cavallini, mentre è in corso il suo interrogatorio alla presenza di De Liguori, Meterangelis e Rea, strappa il primo foglio del verbale dalle mani dell’agente che dattilografa, assume un atteggiamento strafottente e rifiuta di parlare, dopo aver detto che è un simpatizzante del MSI.
La polizia sa però qual è il suo “giro”. Da lui risale al Croce, cominciano a venir fuori le prime ammissioni; in piche ore tutto il gruppo è nelle mani degli inquirenti. Ultimo ad essere arrestato è Claudio Forcati, bloccato questa mattina.
I nove fascisti danno versioni differenti in alcuni particolari ma identiche nella sostanza. Martedì sera, nella sezione di via Guerrini, sono presenti una quindicina di giovani attivisti. Vengono lanciati sassi contro la porta della sezione (c’è stato anche un lancio di bottiglie incendiarie che sembra, però, sia avvenuto quando ormai la sede era deserta). Qualcuno, si pensa sia il Cavallini, che appare il capo del gruppo, lancia la proposta: “Andiamo a fare un giro e diamo una lezione ai rossi”. Solo nove dei presenti accettano di far parte della squadraccia che parte su due auto per la spedizione punitiva.
Vedono quattro giovani e una ragazza “vestiti da rossi”. Bloccano le macchine, si dividono in due gruppi per prendere i cinque in mezzo. La ragazza e un altro giovane si accorgono del pericolo e fuggono. Luigi Spera, Gaetano Amoroso e Carlo Palma restano in trappola all’angolo di via Uberti con via Goldoni. Il commando nero li carica di botte al grido di “Sporchi comunisti”; i tre giovani finiscono a terra storditi. Uno dei fascisti estrae un coltello e dà un primo colpo ad uno dei tre, poi il coltello passa di mano in mano, ogni mano un colpo sui tre che sanguinano sul marciapiede in un mostruoso crescendo di ferocia. Poi il commando risale sulle due macchine , fugge nella notte. La “lezione al rosso” è stata data, la vendetta è compiuta, si può tornare, proprio come i vecchi squadristi del ’21, fra i camerati col petto in fuori, magari a raccontare l’impresa domani alla ragazza in un bar di S. Babila. “Sono nauseato per quello che ho sentito” ha detto uno degli inquirenti. Ugo Bersani, candidato del MSI alle ultime elezioni comunali a Milano, ha lo stomaco molto più forte. Sapeva della spedizione e non ha parlato: per questoè finito in galera insieme ai suoi camerati per reticenza. Per lui si è trattato di un “lavoro ben fatto”.
Ennio Elena
“TRE PICCHIATORI”
Il più noto del gruppo è Ugo Bersani, che il MSI ha presentato agli elettori milanesi nella lista per il consiglio comunale. E’ stato protagonista di numerosi atti di violenza (lancio di bottiglie incendiarie contro l’ex albergo Commercio occupato, aggressione ad attivisti sindacali davanti alla camera del lavoro, devastazione della sede di Italia-Cina) insieme a noti personaggi fascisti come il deputato missino Francesco Petronio e il dirigente del MSI Gianluigi Radice. E’ stato fermato per i disordini del 12 aprile 1973, quando i fascisti uccisero l’agente Marino.
Walter cagnani venne arrestato la sera del 2 agosto 1974 perché insieme ad altri fascisti aggredì due operai nel centro di Milano. La squadraccia appiccò il fuoco alla moto su cui i due viaggiavano.
Di Gilberto cavallini parliamo nel servizio a fianco. Tutti gli altri arrestati hanno precedenti per radunata sediziosa.
“ ‘AMMAZZIAMOLO COME UN CANE’ HANNO GRIDATO I FASCISTI”
QUOTIDIANO DEI LAVORATORI, 29 APRILE 1976
Milano, 28
(…) Esco dalla redazione col cuore gonfio; mi metto su un tram per raggiungere l’ospedale dove sono ricoverati in gravi condizioni due dei tre compagni, Luigi Spera e Carlo palma, per cercare di vederli, di confortarli, riportando le parole e la presenza solidale che riempie le strade, di offrire la mia presenza fisica; le uniche e poche cose che in questo momento posso fare per loro.
All’ospedale sono subito bloccatola una serie di uscieri, infermieri, dottori, che vogliono mantenere l’isolamento intorno ai compagni, non vogliono speculazioni politiche” sul fatto (…).
Commosso mi avvicino a Luigi Spera, che con gli occhi aperti sembra essersi leggermente ripreso. Carlo Palma giace su di un lettino a fianco, immobile, stremato dopo l’operazione subita. A Luigi con un filo di voce, per non esser udito dagli altri, dico che sono del Quotidiano dei lavoratori, che vengo trovarlo in nome dei compagni che non possono venire, che tutta Milano è in piazza per loro e che stasera, alle 18, ci sarà una grande manifestazione.
Mi guarda, sorride, e mi dice: “Vorrei esserci anch’io”. Mi siedo vicino a lui e gli chiedo di raccontarmi come si è svolta l’aggressione degli assassini fascisti.
“Ieri sera, come tante altre sere, siamo andati a una riunione del Comitato Antifascista di zona. Siamo arrivati alla sede, in via Arconti alle 21,15 c’erano tutti, tutti i compagni del quartiere, molti studenti, altri come me, giovani lavoratori. La riunione era centrata sul problema dell’entrata di un nuovo compagno nel Comitato; era Carlo, che adesso è lì, sul lettino, in condizioni più travi delle mie. Dopo la riunione, che aveva deciso la sua entrata nel Comitato, abbiamo messo in ordine la sede, buttato via un’asta di legno, perché non volevamo nessun oggetto che potesse essere ritenuto ‘un’arma’ in un’eventuale perquisizione della polizia.
Siamo quindi andati in strada per accompagnare a casa vanni, che abita in via Pisacane, vicino al bar conosciuto nel quartiere per essere frequentato dai fasci; volevamo in questo modo impedire qualsiasi eventuale provocazione lungo la strada. Valutavamo l’intervento fatto la sera prima coi compagni dell’Mls, attaccando manifesti antifascisti in piazza Grandi e le conseguenze nel quartiere di una provocazione di ieri pomeriggio che un gruppo di fascisti aveva preparato nei nostri confronti. Avevamo così raggiunto viale dei mille, dove un gruppo di persone ingombrava la strada, e insospettito ho chiesto ai compagni. ‘E quelli chi sono?’ ‘Niente, non sono fasci!’ Invece erano fasci, fasci di altre zone o altre città perché noi non li avevamo mai visti circolare nel quartiere. Sulla strada, a fianco a loro, erano ferme alcune macchine con i fari e il motore accesi.
Appena li abbiamo affiancati ci sono saltati subito addosso, una squadra di undici, dodici persone, noi eravamo in cinque più una ragazza.
Quando mi hanno tirato il primo colpo di coltello uno gridava: ‘Ammazziamolo come un cane bastardo!’ io l’ho visto in faccia: aveva i baffetti sottili, non molto alto, con i capelli corti, come del resto tutti gli altri. I coltelli erano affilati, si vedeva che tutti li sapevano usare bene, veri e propri maniaci delle armi. Due compagni e la ragazza sono riusciti a scappare mentre noi tentavamo di difenderci; rovisto subito Carlo cadere con la pancia squarciata e le viscere fuori; e questo mi ha dato la forza di divincolarmi. Mi sono trovato con una ferita sopra il cuore – adesso ho saputo che mi ha bucato un polmone – , ferite sulle braccia, nella pancia, sul torace. Nonostante questo sono riuscito a scappare, ma mi hanno inseguito. Sono riusciti a raggiungermi.
Mi hanno colpito alla testa con una spranga, quindi, quando ero a terra, mi hanno di nuovo accoltellato. Quando ho raggiunto un semaforo in cerca d’aiuto nessuna macchina si è fermata; sono riuscito ad arrivare al nostro bar di zona perdendo sangue e tamponandomi le ferite con le mani; avevo paura che mi inseguissero. Qui sono svenuto nelle mani di un compagno di Lotta continua, al quale ho gridato “siamo stati aggrediti dai fascisti, hanno ucciso gli altri”.
(…)
Pierluigi Navoni
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