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LA STRAGE DI GIOIA TAURO
IL 22 LUGLIO 1970
Saverio Ferrari  -  Redazione Osservatorio Democratico  -  18/07/2006





















IL 22 LUGLIO 1970 LA STRAGE DI GIOIA TAURO

DIETRO LA RIVOLTA DEI “BOIA CHI MOLLA” A REGGIO CALABRIA I PIANI EVERSIVI DELLA DESTRA NEOFASCISTA E DELLA ‘NDRANGHETA CALABRESE

Alle 17,10 circa, del 22 luglio 1970, il direttissimo Palermo-Torino (la Freccia del Sud) deragliava a circa settecentocinquanta metri dalla stazione di Gioia Tauro. Viaggiava alla velocità di cento chilometri orari circa. Il macchinista, dopo aver avvertito un sobbalzo della locomotiva, azionava il meccanismo di frenata rapida. Dopo cinquecento metri il treno si spezzava: la sesta carrozza del lungo convoglio, composto di diciassette vagoni, usciva dai binari e trascinava con sé le altre. I passeggeri trasportati erano circa duecento. I vigili del fuoco di Palmi, Cittanova e Reggio Calabria, aiutati dai reparti della celere e dai carabinieri, erano costretti a tagliare le lamiere per estrarre i corpi dei passeggeri. Alla fine si conteranno sei morti, di cui cinque donne, e settantadue feriti, molti dei quali con gravi conseguenze invalidanti.

Da otto giorni era in corso la rivolta di Reggio Calabria, scoppiata il 14 luglio alla notizia che sarebbe stata Catanzaro la sede dell’appena eletta assemblea regionale.

LA TESI DEL DISASTRO FERROVIARIO

Il questore di Reggio Calabria, Emilio Santillo, subito accorso sul luogo, individuò, senza incertezze, nello sbullonamento del carrello n. 2 della nona vettura la causa del deragliamento. Un mese dopo l’evento, i marescialli Guido De Claris e Giuseppe Ciliberti, del commissariato di polizia presso la direzione compartimentale delle ferrovie dello Stato, in un rapporto del 28 agosto 1970 al procuratore della repubblica di Palmi, asserirono che era da “escludere che il disastro ferroviario abbia avuto origine dolosa”. Nessuno dei presenti, in attesa alla stazione di Gioia Tauro o a bordo del treno, personale viaggiante compreso, testimoniò, infatti, di aver udito alcun boato.

Tale interpretazione venne ribadita in un secondo rapporto del 9 settembre 1971 in cui si sostenne che “se non vi fu detonazione non poté esservi attentato dinamitardo”, non ponendosi minimamente il fatto che l’esplosione di un ordigno, in grado di tranciare una rotaia, poteva benissimo essere avvenuta prima del passaggio del treno. In questo nuovo atto la causa della tragedia venne individuata nella condotta del personale ferroviario che aveva “illegittimamente” disposto la cessazione del rallentamento a 60 chilometri orari per tutti i treni percorrenti il binario pari della tratta Palmi-Goia Tauro, interessati da giugno da lavori di livellamento e allineamento delle rotaie. Una posizione in palese contrasto con le conclusioni del collegio peritale, nominato dal sostituto procuratore della repubblica di Palmi, Paolo Scopelliti, che, depositando la propria relazione il 7 luglio 1971, escluse errori risalenti al personale di guida, alla disposizione degli scambi all’ingresso della stazione o a difetti del materiale rotabile. Il collegio riscontrò invece un’avaria su una rotaia che presentava la parziale asportazione della suola interna per circa 180 centimetri, ipotizzando un’origine dolosa. Si sostenne, in conclusione, che lo scoppio di un ordigno rappresentava la causa più probabile del deragliamento, rilevando forti analogie con altri tre attentati avvenuti successivamente, il 22 e il 27 settembre, sulla linea Rosario-Gioia Tauro-Villa San Giovanni, ed il 10 ottobre sul tratto Catania-Messina, in cui non erano stati rinvenuti pezzi di miccia ed evidenti segni di esplosione.

Sulla base del rapporto di polizia, la procura della repubblica di Palmi decise comunque di promuovere un procedimento penale, per disastro colposo e omicidio colposo plurimo, nei confronti di quattro dipendenti delle ferrovie dello Stato. Il 30 maggio 1974 il giudice istruttore sentenziò il non doversi procedere nei confronti degli imputati per non aver commesso il fatto, chiudendo ogni indagine. L’ipotesi dell’attentato dinamitardo come causa del disastro venne confinata “nel limbo delle congetture”, non meritevole della riapertura del caso.

Una conclusione sorprendente. Il fallimento dell’ipotesi del disastro colposo, per altro, smentita a sua volta da una commissione d’inchiesta delle ferrovie dello Stato, avrebbe, infatti, dovuto quantomeno portare al proseguimento delle investigazioni.

ESECUTORI E MANDANTI

La verità emerse solo ventitré anni dopo, quando nell’ambito di una maxi inchiesta sulla criminalità organizzata in Calabria, denominata “Olimpia 1”, il pentito Giacomo Lauro, in un interrogatorio, il 16 giugno 1993, davanti al sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia Vincenzo Macrì, confessò di essere venuto a conoscenza nel 1979, in carcere, che era stato Vito Silverini, un neofascista dichiarato, a mettere la bomba che fece deragliare il treno di Gioia Tauro. Vito Silverini gli confidò che l’attentato fu eseguito su mandato del “Comitato d’azione per Reggio capoluogo” e di aver ricevuto, in cambio del “lavoro” svolto, una somma di denaro. Raccontò di aver portato la bomba insieme a Vincenzo Caracciolo sulla moto Ape di quest’ultimo e di aver personalmente confezionato l’ordigno, composto da esplosivo da cava in candelotti, con miccia a lenta combustione. Si erano poi nascosti nei pressi del luogo per assistere alla scena.

Giacomo Lauro, in un interrogatorio dell’11 novembre del 1994, alla fine confessò anche le proprie responsabilità. Disse di essere stato lui stesso a consegnare l’esplosivo a Vito Silverini, Giovanni Moro e Vincenzo Caracciolo, dietro il compenso di alcuni milioni di lire provenienti dal “Comitato d’azione per Reggio capoluogo”. La testimonianza Di Giacomo Lauro trovò conferma in quella di Carmine Dominici, un esponente di punta, fra il 1967 ed il 1976, della struttura illegale di Avanguardia nazionale a Reggio Calabria. Dominici era anche stato uno degli uomini di fiducia del marchese Felice Genoese Zerbi, proprietario di numerose terre, ma soprattutto il dirigente massimo di An. Successivamente passato ad attività di malavita comune, dopo essere stato condannato ad una lunga pena detentiva, aveva deciso di collaborare con la magistratura. Il 30 novembre 1993 confermò le parole di Giacomo Lauro. Si era trovato nella stessa cella, la numero 10 del carcere di Reggio Calabria, e raccolto, a sua volta, le confidenze di Vito Silverini.

Giacomo Lauro indicò negli ambienti di Avanguardia nazionale e del “Comitato d’azione per Reggio capoluogo” gli ispiratori della strage. Accusò Renato Marino, Carmine Dominici, Vito Silverini, Vincenzo Caracciolo e Giovanni Moro, di essere stati “il braccio armato che metteva le bombe e faceva azioni di guerriglia” per conto del “Comitato”, diretto da Ciccio Franco, consigliere comunale missino e sindacalista Cisnal dei ferrovieri, divenuto rapidamente la figura più rappresentativa della rivolta, Renato Meduri, il professor Angelo Calafiore, Paolo Romeo, all’epoca in Avanguardia nazionale poi eletto deputato nel Psdi, Benito Sembianza e Felice Genoese Zerbi. Tra i finanziatori indicò il “commendatore Mauro”, “quello del caffè”, e l’imprenditore “Amedeo Matacena”, “quello dei traghetti”. “Davano i soldi” – testimoniò – “per le azioni criminali, per la ricerca delle armi e dell’esplosivo”. Il numero degli attentati fu impressionante, da non trovare precedenti nell’Italia del dopoguerra. Agli atti del Ministero degli interni, tra il 20 luglio 1970 e il 21 ottobre 1972, risultarono alla fine 44 gravi episodi dinamitardi, di cui ben 24 a tralicci, rotaie e stazioni ferroviarie.

LA RIVOLTA DI REGGIO CALABRIA

La rivolta di Reggio Calabria durò due lunghissimi anni, con cinque morti, dieci mutilati o invalidi permanenti, cinquecento feriti tra le forze dell’ordine e mille tra la popolazione civile. Furono innalzate barricate, effettuati blocchi stradali, svaligiate le armerie, occupata più volte la stazione ferroviaria, l’aeroporto, il palazzo delle poste, assaltata la prefettura e la questura. Alla fine i denunciati furono 1231 per oltre duemila reati commessi. La collera esplose in una delle città tra le più povere d’Italia, nel momento in cui il governo decise di attribuire il capoluogo di regione a Catanzaro.

La scintilla fu accesa il 12 luglio, quando i cinque consiglieri della Democrazia cristiana, eletti nella provincia reggina, unitamente al socialdemocratico, si rifiutarono di riconoscere come valida la convocazione dell’assemblea regionale. Il sindaco Piero Battaglia, insieme alla giunta comunale e alla Dc, si era già, dal canto suo, schierato dal 4 luglio. In un comizio disse che Reggio avrebbe chiesto la sospensione delle riunioni del consiglio a Catanzaro. Il 14 iniziarono i primi blocchi del traffico ferroviario e, verso sera, le barricate. Nel quadro di una drammatica situazione socio-economica e di forte declino della città, la battaglia per Reggio capoluogo convogliò in un solo istante i disagi, le frustrazioni ed i malcontenti di una popolazione allo stremo, in cui ancora dodicimila persone erano costrette a vivere nelle casupole costruite dopo il terremoto del 1908. La ‘ndrangheta e la destra eversiva vi giocarono un ruolo di primo piano, egemonizzando largamente gli scontri di piazza. Avanguardia nazionale ed il Fronte nazionale, in particolare, cercarono di sfruttare la rivolta di Reggio ai fini dei propri piani golpisti. In questo quadro: la disponibilità da parte di An in Calabria di grossi quantitativi di armi e di esplosivi, nonché la predisposizione delle liste degli esponenti di sinistra e dei sindacalisti da colpire.

LA ‘NDRANGHETA E LA NOTTE DI “TORA-TORA”

In questo contesto va anche collocata l’ascesa, nei primi anni ’70, all’interno della ‘ndrangheta calabrese, della famiglia dei De Stefano, che strinse un patto con l’eversione di destra, ambienti dei servizi segreti, la massoneria deviata e i grandi trafficanti internazionali di armi e droga. Questa alleanza consentì al “casato” di affrontare e vincere la cosiddetta “prima guerra di mafia”, di liberarsi di alcune vecchie figure carismatiche ed assumere una posizione egemonica. “Giorgio De Stefano” – testimoniò sempre Giacomo Lauro – “diceva che era ora che si cambiassero le istituzioni e che bisognava aiutare la destra eversiva in quanto i comunisti ed i socialisti erano contro la ’ndrangheta”. In un summit a Montalto, ai piedi dell’Aspromonte, nell’ottobre del 1969, venne anche sottoscritta un’alleanza tra diverse cosche. Da qui la venuta, a più riprese, in Calabria di Junio Valerio Borghese, Stefano Delle Chiaie e Pierluigi Concutelli, ma soprattutto la messa a disposizione di centinaia di uomini armati per la notte dell’Immacolata, l’8 dicembre 1970, quando in diverse parti d’Italia scattò il piano golpista di Borghese, poi passato alla storia come la notte di “Tora-Tora”, dal nome in codice dato all’operazione. E se in Piemonte, Lombardia, Veneto e Toscana, massiccia fu la mobilitazione dei neofascisti, la mafia in Sicilia e la ‘ndrangheta in Calabria appoggiarono i piani del “Principe nero”. Il contrordine, come noto, giunse all’improvviso, a colpo di Stato iniziato. Le ragioni rimasero sempre avvolte nel mistero.

I PROCESSI

Nel luglio 1995, per concorso nella strage di Gioia Tauro, furono indagati dalla procura distrettuale di Reggio Calabria, l’armatore Amedeo Matacena, Angelo Calafiore, ex-consigliere provinciale di Reggio Calabria per il Msi- Destra nazionale, l’On. Fortunato Aloi ed il senatore Renato Meduri, entrambi di Alleanza nazionale. I parlamentari di An si difesero sostenendo, fra l’altro, che a Gioia Tauro non era avvenuta alcuna strage, ma solo un incidente ferroviario “dovuto all’obsolescenza degli impianti”, “una sciagura che sconcertò tutti”. Agli inquirenti riservarono parole molto dure.“Un teorema” – dissero –“fatto da magistrati di sinistra”. Furono prosciolti tutti in istruttoria.

L’inchiesta comunque finalmente stabilì la natura dolosa del deragliamento, provocato dallo scoppio di un ordigno esplosivo. Un dato definitivamente acquisito. I presunti autori materiali della strage erano nel frattempo tutti deceduti per cause naturali. Il 19 aprile 1996, per aver fornito l’esplosivo agli attentatori, fu rinviato a giudizio per strage il solo Giacomo Lauro, affiliato alla ‘ndrangheta dal 1960 al 1992, ora pentito. La Corte di assise di Palmi lo assolse, il 27 febbraio 2001, per mancanza di dolo. La Corte di assise di appello di Reggio Calabria, il 17 marzo 2003, confermò il verdetto, nonostante il procuratore generale avesse avanzato una richiesta di condanna a 24 anni di carcere.

Dopo l’accoglimento da parte della Corte di cassazione del ricorso della procura generale, la Corte di assise di appello di Reggio Calabria, nel gennaio 2006, chiuse definitivamente la vicenda giudiziaria. Stabilì che il reato di Giacomo Lauro fu di concorso anomalo in omicidio plurimo, ormai estinto per prescrizione.

“BOIA CHI MOLLA!”

Ancora nel 2006 per gli esponenti del centrodestra la rivolta di Reggio fu “un’esperienza di popolo sintomatica, riferita ad un periodo storico scandito da un particolare fermento e brillantemente guidato da Franco e da tutti gli altri esponenti”. A pronunciare queste parole il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Scopelliti, di Alleanza nazionale, il 14 luglio scorso, in occasione del trentaseiesimo anniversario, quando la giunta da lui presieduta decise di intitolare a Ciccio Franco l’”Arena dello Stretto”, un anfiteatro sul lungomare. “Omaggiare i caduti di quella rivolta, i suoi protagonisti” – aggiunse - “rappresenta la vera continuità”. Mancò solo che gridasse “Boia chi molla!”.



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