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POLITICA E MALAVITA
DALLE BUSTE CON PROIETTILI PER L’EX PRESIDENTE
DELLA SOGEMI AL RITORNO DELLA ‘NDRANGHETA
Saverio Ferrari - Osservatorio Democratico - 15/11/2007
L’azzeramento deciso nelle scorse settimane dal sindaco Letizia Moratti dei consigli d’amministrazione delle municipalizzate, in ossequio al decreto del ministro Linda Lanzillotta, teso a ridurre il numero dei componenti dei cda, ha portato all’emissione di un nuovo bando, con termine il 12 novembre prossimo, per presentare le nuove candidature e successivamente rinominare i consigli. Fra Sea, Atm, Mm e Sogemi, la società che gestisce i mercati agroalimentari all’ingrosso, controllata al 99% dal Comune, sono 14 le poltrone di troppo. Lo scontro tra i partiti del centrodestra che governano Milano è già cominciato. Vedremo chi vincerà.
Quella dell’Ortomercato è una storia conosciuta, in particolare all’interno di Alleanza nazionale. Ripercorriamola.
Siamo nel 2004 e a Milano alla guida della Sogemi siede Serena Manzin di An, ricercatrice all’Università Cattolica e già assessore alla moda e al turismo nella prima giunta di Gabriele Albertini. È lì dal gennaio 2002. Il suo operato comincia a raccogliere critiche crescenti: non la si ritiene all’altezza. Progressivamente viene boicottata e rimossa dall’incarico. Al suo posto, dopo una breve fase transitoria, con l’elezione a maggio del 2005 di Paolo Lombardi (già consigliere d’amministrazione), viene definitivamente nominato a fine dicembre 2006 Roberto Predolin, ex assessore al commercio, sempre di Alleanza nazionale.
Un passaggio concitato. Sembrerebbe, infatti, che le pressioni nei confronti di Serena Manzin non siano state solo di tipo verbale. A suo marito, il dottor Franco Maestrelli, arrivò anche una busta anonima con tre proiettili. Si preferì non denunciarla. Attendiamo, ovviamente, le smentite di rito.
Una vicenda, come altre, da iscriversi nel contesto dei giganteschi interessi che ruotano attorno ai mercati generali milanesi.
VIA LOMBROSO
L’Ortomercato fu inaugurato a Milano nel 1965, in via Lombroso. Esteso su una superficie di oltre 450 mila metri quadrati, è il più grande d’Italia e tra i più importanti d’Europa. Centinaia i camion che ogni notte dalle 23 alle 6 caricano e sversano merce. Novemila gli utenti che vi affluiscono ogni giorno e tremila i lavoratori, quasi la metà irregolare o in nero. Un milione le tonnellate di frutta e verdura vendute ogni anno con in giro di affari di tre milioni di euro al giorno. Almeno 145 le imprese e 160 i produttori locali.
Nel novembre del 2006 fu al centro di forti polemiche. Alcune denunce sollevarono l’intollerabilità delle condizioni di abbandono in cui versava la struttura, praticamente fuoriuscita da ogni legalità. L’Ortomercato, a detta di tutti, era divenuto una specie di “zona franca” con un impressionante ricorso al lavoro nero e salari bassissimi. Rigido il controllo da parte di un caporalato aggressivo. Il presidio di Polizia era stato chiuso da anni e i vigili urbani intimoriti si rifiutavano di intervenire. Gruppi imprenditoriali criminali la facevano da padrone. Anche la viabilità interna non era più regolamentata. In tre anni si erano verificati altrettanti incidenti mortali sul lavoro. Un sindacalista della Cgil, Josef Dioli, colpevole di aver organizzato il 31 maggio 2005 il primo sciopero nella storia dell’ortomercato, era stato fatto oggetto di un grave tentativo di aggressione.
Fu questa situazione a far scattare l’emergenza: il Prefetto convocò un vertice con Sogemi, Comune e sindacati. Il sindaco Letizia Moratti accolse le dimissioni “spontanee” del consiglio d’amministrazione e del suo presidente Paolo Lombardi. Iniziava l'era di Roberto Predolin.
L'ULTIMO BLITZ
Sin dagli anni Ottanta i mercati generali milanesi sono stati al centro di indagini da parte della magistratura per grossi traffici illegali sia di droga sia di armi. Nel novembre del 1993 gli investigatori del Dipartimento distrettuale antimafia scoprirono un gigantesco commercio internazionale di cocaina ed eroina, tra Italia, sud America e Thailandia. Trecento chilogrammi di roba al mese che viaggiava attraverso finte società. Una di queste, la “Sical Frut”, operava presso l'Ortomercato di Milano e rispondeva al clan calabrese dei Morabito. Nella sentenza di condanna i mercati generali milanesi vennero descritti come “luogo assiduamente frequentato dal vertice del gruppo e da esponenti di altri gruppi criminali per incontri organizzativi ma anche base logistica per illeciti traffici in quanto sostanzialmente immune da controlli”.
Ai primi di maggio di quest'anno l'ultimo blitz. Dopo quasi due anni di complesse indagini vennero arrestate una ventina di persone per traffico internazionale di stupefacenti. Anche in questo caso per centinaia di chilogrammi di cocaina, con l'individuazione di una delle basi logistiche all'interno della struttura dell'Ortomercato. Ai vertici i rappresentanti della cosca Morabito-Bruzzaniti-Palamara.
Per la cronaca, in una delle tante perquisizioni fu addirittura sequestrato un carico di 250 chilogrammi di cocaina. La droga, prodotta in Sudamerica e poi trasportata in Senegal e da qui a Lisbona, viaggiava in un camper a bordo di una nave che trasportava gli automezzi per il celebre rally Lisbona-Dakar (ex Parigi-Dakar).
Secondo la magistratura Salvatore Morabito, classe 1968, era riuscito nei primi mesi del 2004 a tornare a Milano, una volta conclusosi per lui l'obbligo di soggiorno ad Africo. Grazie a legami con operatori economici dell'Ortomercato aveva anche ottenuto un “pass”, rilasciato niente di meno che dalla Sogemi per conto del consorzio Nuovo Co.Se.Li. di Antonio Paolo, i cui uffici Salvatore Morabito utilizzava, sempre secondo l’accusa, per incontrarsi con gli altri esponenti del gruppo malavitoso.
Antonio Paolo ottenne dalla Sogemi anche la concessione ad aprire nello stesso stabile di via Lombroso un night-club, il “For the King”. Sotto indagine ora anche alcuni dipendenti comunali per le modalità assai sospette di rilascio della licenza.
I giudici del Tribunale del riesame, di parere diverso, lo scarcerarono neanche tre settimane dopo, valutando gli indizi raccolti non sufficienti “per ritenere con certezza” che “fosse consapevole che Morabito e Pizzinga fossero dediti al traffico di droga”. Poche settimane dopo veniva annullata anche la custodia cautelare nei confronti di Salvatore Morabito, che comunque rimaneva in carcere per altre vicende giudiziarie.
Sta di fatto che di lì a poco, nella notte fra il 7 e l’8 luglio 2007, alle quattro del mattino, la casa in provincia di Cremona di Josef Dioli, subiva un gravissimo attentato. Mentre il sindacalista della Cgil si trovava al lavoro, qualcuno tentava di dar fuoco alla sua abitazione, una villetta, cospargendo di benzina tutto il perimetro mentre la sua famiglia dormiva. Poco tempo prima era stato minacciato da due spalloni slavi di un caporale del lavoro nero al grido “Ti ammazziamo!”.
“Non c’entra la ‘ndrangheta” – questo fu, il giorno dopo, il lapidario commento di Roberto Predolin – “Ci sono attriti fra le tre cooperative di carico-scarico storiche e l’ultima arrivata che applica prezzi più bassi della concorrenza”. Una dichiarazione surreale.
CENA ELETTORALE CON I MORABITO
Nelle indagini condotte dal pubblico ministero Laura Barbaini e dal gip Clementina Forleo, erano anche venute a galla alcune compromettenti intercettazioni telefoniche intercorse tra gli appartenenti al clan dei Morabito.
In una di queste si salutava con grande “fiducia” e “speranza”, l’elezione nel 2005 a consigliere regionale di Alessandro Colucci, candidato nelle liste di Forza Italia, e di Agazio Loiero, ex Margherita poi nel Partito democratico, ai vertici della Regione Calabria.
“Colucci ha vinto e quindi abbiamo un amico in Regione” – diceva tale Francesco Zappalà ad Antonio Marchi, entrambi arrestati per usura e estorsione – “le finanze te le faccio avere da Loiero che è andato adesso in Calabria e che è un amico nostro”.
Alessandro Colucci, secondo gli inquirenti, aveva anche “offerto ad alcuni membri del gruppo” tra cui lo stesso Salvatore Morabito, una cena pre-elettorale in un ristorante di via Lazzaro Papi a Milano.
Colucci, per la cronaca, sarà poi successivamente nominato alla vicepresidenza della commissione IV in Regione Lombardia, quella che si occupa delle attività produttive. Evidentemente le competenze non gli mancavano.
UN MISTERIOSO ATTENTATO
Sarà sempre un caso, ma nell’ultimo consiglio d’amministrazione della Sogemi, nominato dal sindaco Letizia Moratti, è stata anche eletta un'altra figura politica proveniente da Alleanza nazionale: Emilio Santomauro, al centro anni fa di un misterioso attentato.
Era il 25 gennaio del 2000 ed Emilio Santomauro, all’epoca consigliere comunale di Alleanza nazionale, mentre usciva dal suo studio di consulenza amministrativa-legale in via Santa Tecla, dietro l’Arcivescovado, veniva raggiunto da un colpo di pistola al ginocchio sparato da uno sconosciuto, con un giubbotto scuro e un casco integrale in testa con la visiera abbassata.
L’aggressore, prima di fare fuoco, quasi appoggiava l’arma al ginocchio di Santomauro. Alla reazione del suo guardaspalle Jimmy Giovanni Bua, un noto pregiudicato di Quarto Oggiaro, si allontanava a bordo di uno scooter di grossa dimensione, sparando altri tre colpi per coprirsi la fuga. Nonostante gli sforzi dei vertici di An, nessuno, nemmeno gli inquirenti, ritenne minimamente credibile una tardiva rivendicazione delle Brigate rosse, inviata telefonicamente a Il Giorno, tempo dopo che la notizia era già stata diffusa dai telegiornali. Restò un mistero. I magistrati che indagarono esclusero sempre la pista politica. Ma non si arrivò mai a capo di nulla.
Emilio Santomauro proveniva dal Fronte della gioventù di Napoli. Si era trasferito a Milano per lavorare nello studio legale dello zio, che lo presentò a Ignazio La Russa per candidarlo in Consiglio comunale, dove fu eletto nel 1997.
Santomauro, secondo in Alleanza nazionale per numero di preferenze, dopo aver inutilmente chiesto nel 2004 un posto in Giunta come assessore, passò all’Udc. Ora anche lui è all’Ortomercato.
“LA MAFIA NON ESISTE!”
Le storie che ruotano attorno all’Ortomercato sono spesso storie di malavita, anche se il presidente della Sogemi, Roberto Predolin, sembrerebbe più che altro impegnato a rilasciare grottesche dichiarazioni, assai simili a quelle di chi un tempo sbottava indignato: “La mafia non esiste!”. Spetterà alla magistratura stabilire se e quali siano state le relazioni intercorse con la politica. Ma è indubitabile che alcune grandi organizzazioni criminali, in primo luogo la ‘ndrangheta, abbiano nuovamente allungato le mani sui mercati generali di Milano. Dalla stessa malavita sono state fondate decine di cooperative di servizio dedite allo sfruttamento di centinaia di lavoratori, costretti senza tutele nel precariato più assoluto. Qualcuno parla dell’Ortomercato anche come di un importante serbatoio elettorale.
Lo sciopero spontaneo “contro il lavoro nero e l’illegalità diffusa”, del 7 ottobre scorso, organizzato da un centinaio di lavoratori, che per diverse ore ha bloccato le entrate, è l’unica buona notizia di questi ultimi tempi.
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