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QUANDO SI MISE A NUDO IL POTERE OCCULTO E CRIMINALE
LA STORIA DELLA CONTROINFORMAZIONE IN ITALIA DALLA “STRAGE DI STATO “ AL “CASO 7 APRILE”
Saverio Ferrari  -  Redazione Osservatorio Democratico  -  10/04/2008











































Il termine “controinformazione” è ormai entrato a far parte della lingua italiana. Tullio De Mauro nel suo Dizionario la definisce come “l'informazione che alcuni movimenti di opinione propongono come alternativa a quella fornita dai mezzi di comunicazione ufficiali, ritenuti faziosi e non obiettivi”. Nei vocabolari di tutti gli altri paesi europei il termine rimane, a tutt'oggi, ancorato alla sua originaria provenienza militare, sinonimo di “controspionaggio”. Non a caso. L’intreccio fra “una particolare forma di giornalismo” e “un nuovo tipo di militanza politica” fu un fenomeno tutto italiano, sviluppatosi nel contesto di forti movimenti di massa nella seconda metà degli anni Sessanta. In particolare dopo la strage di piazza Fontana, il 12 dicembre 1969, quando si scoprì che “la politica poteva avere un altro livello, occulto e criminale, che bisognava neutralizzare portandolo alla luce”.

A scrivere una storia della controinformazione, a partire dalla famosa controinchiesta “La strage di Stato”, con cui si smantellò la falsa “pista anarchica” per la strage alla Banca nazionale dell’agricoltura di Milano, al “caso 7 aprile”, quando nel 1979 si arrestarono i principali esponenti dell’Autonomia operaia, Aldo Giannuli, ricercatore di storia contemporanea presso l'Università di Bari, collaboratore per diversi anni della Commissione parlamentare stragi e consulente delle Procure di Milano e Brescia.

“Bombe a inchiostro. Luci e ombre della Controinformazione tra il '68 e gli anni di piombo” (Edizioni Bur, 521 pagine, Euro 12,50), avvalendosi anche di documenti, note informative e atti recuperati nel corso di diverse inchieste giudiziarie negli archivi dei servizi segreti e degli apparati di polizia, ripercorre un decennio cruciale della storia italiana, dal 1969 al 1979. Un libro di storia incentrato sulle trame di Stato, il terrorismo di destra e la nascita di quello di sinistra.

La “strategia della tensione”, nell’analisi di Giannuli, non viene ridotta alla sola azione criminale di alcuni gruppi terroristici, ma correttamente interpretata come organico progetto eversivo, pur privo di un unico centro di comando, maturato nel seno delle classi dominanti. In questo quadro, sotto la lente di ingrandimento: la ricostituzione, a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale, dello Stato italiano, con le sue articolazioni militari e di polizia, veri e propri corpi separati sensibili alle più svariate pulsioni golpiste, il cammino reazionario e l’anticomunismo delle classi dirigenti del nostro Paese, disponibili a ogni sorta di avventura, l'evoluzione delle organizzazioni neofasciste, da frange di nostalgici picchiatori a strumenti del terrore indiscriminato.

Vengono così ripercorsi i principali episodi di quegli anni. Non solo le stragi “nere”, da piazza Fontana a Peteano, dalla Questura di Milano a piazza della Loggia all’Italicus, ma anche alcuni delitti eccellenti, da Giuseppe Pinelli a Luigi Calabresi a Pier Paolo Pasolini. Un filo lungo il quale tornano alla luce anche altri episodi, presto dimenticati, come la bomba, per fortuna non esplosa, al tribunale di Trento il 19 gennaio 1971, il falso ritrovamento in un casolare abbandonato di Camerino, nel dicembre 1972, di un deposito di armi, attribuito alla sinistra extraparlamentare, in realtà provocatoriamente allestito dal Sid e dall’Arma dei carabinieri, e l’uccisione a Milano dell’agente di polizia Antonio Marino, colpito al petto da una delle bombe a mano scagliate da alcuni militanti missini il 12 aprile 1973, nel corso di una manifestazione della “Maggioranza silenziosa”.

“Anche i movimenti del Sessantotto” – scrive Giannuli – “dovettero darsi i propri servizi segreti”. Fu una necessità. Il primo risultato fu “La strage di Stato”, una controinchiesta su piazza Fontana realizzata da avvocati e giornalisti militanti della sinistra extraparlamentare di Roma e Milano. Il libro, pubblicato nel giugno 1970 da Samonà e Savelli, ebbe un successo straordinario. Tre ristampe in due mesi, 100 mila copie vendute in due anni, con nuove edizioni fino al 1978, per un totale di 300 mila esemplari venduti, ma soprattutto una sorta di “verità alternativa”, da contrapporre a quella ufficiale incentrata sulla caccia all’anarchico, almeno fino all’arresto, il 4 marzo 1972 di Pino Rauti, il capo di Ordine nuovo. Il Partito comunista non accolse favorevolmente questo testo, lo criticò anche aspramente, opponendo alla tesi della “strage di Stato”, mai accettata, la “pista nera”. Il tempo gli dette torto. La controinformazione su piazza Fontana, la “madre di tutte le stragi”, ebbe ragione. Le bombe, come si dimostrò, erano opera dell’estrema destra con il concorso degli apparati di polizia e dei servizi segreti. La strage era proprio di Stato. Lo appurarono le inchieste giudiziarie, nonostante l’assoluzioni dei singoli imputati. Nelle motivazioni dei giudici la certezza, sul piano esecutivo, delle responsabilità del gruppo di Ordine nuovo, di Franco Freda e di Giovanni Ventura, ormai non più processabili, protetti dai massimi vertici delle strutture di sicurezza.

Il ruolo del Pci fu comunque importante, attraverso la stampa di partito contribuì in modo sostanziale allo svelamento degli intrecci della strategia della tensione. Il Psi si mostrò più aperto e disponibile, anche per cultura, alle istanze dell’estrema sinistra. I suoi parlamentari e i suoi avvocati furono spesso in prima fila, sia con interrogazioni per denunciare quanto accadeva, sia per difendere i militanti di sinistra colpiti dalla repressione. La controinformazione attinse la propria linfa dai movimenti e dalle organizzazioni della sinistra extraparlamentare di quegli anni, da Avanguardia operaia a Lotta continua, ma anche da un ampio settore democratico, composto da avvocati e magistrati, intellettuali e giornalisti, che seppe anche dar vita a strutture come il Comitato dei giornalisti democratici o Il Bollettino di controinformazione democratica. Ma a svolgere un “formidabile ruolo di amplificazione” furono soprattutto alcune avanguardie artistiche, a partire dal teatro militante di Dario Fo, attraverso rappresentazioni come “Morte accidentale di un anarchico”, che alludeva al caso Pinelli, o “Pum Pum! Chi è? La polizia”. Un teatro politico che costituì uno dei tramiti più efficaci della controinformazione, consentendole di raggiungere un pubblico amplissimo.

Ma non furono solo luci. Quando a seguito del rogo di Primavalle, nella notte fra il 15 e il 16 aprile 1973, morirono a Roma, orrendamente bruciati, il segretario della locale sezione missina e due dei suoi figli, di ventidue e otto anni, Potere operaio, a cui appartenevano gli arrestati, pur conoscendo fin dall’inizio le loro responsabilità, organizzò un autentico depistaggio attraverso la pubblicazione di una controinchiesta: “Primavalle. Incendio a porte chiuse”, in cui si sostenne la tesi della faida interna fra missini. Una macchia incancellabile. Forse cominciò da questa vicenda anche l’inizio del declino della controinformazione che si accompagnò a quello dei movimenti della seconda metà degli anni Settanta e alla nascita del “partito armato”. “La controinformazione svelò il potere che mente” – scrive nelle ultime righe Aldo Giannuli – “pose le premesse per la più violenta desacralizzazione del potere che un paese occidentale abbia mai conosciuto. La sconfitta del movimento impedì una rifondazione di quel potere su basi più democratiche”. Un giudizio che ci sentiamo di condividere.




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