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Quel filo che lega piazza Fontana a piazza della Loggia
In corso l'ultimo processo per la strage di Brescia del 1974. Sempre gli stessi i protagonisti: i fascisti di Ordine nuovo e gli uomini degli apparati di sicurezza italiani e americani. Il caso della struttura segreta “Anello”
Saverio Ferrari - Osservatorio Democratico - 12/12/2008
Senza alcuna esposizione mediatica a livello nazionale è iniziato il 25 novembre scorso l’ultimo processo per la strage di piazza della Loggia a Brescia: 8 morti e più di cento feriti tra i partecipanti a una manifestazione sindacale antifascista. Uno sciopero generale cittadino indetto il 28 maggio 1974 contro la lunga fila di attentati che aveva colpito Brescia nelle settimane precedenti. Tra l'altro, pochi giorni prima, il 19 maggio, un giovane fascista, Silvio Ferrari, era saltato in aria con la sua motoretta mentre trasportava un ordigno esplosivo. Si era nel pieno della stagione delle trame eversive della destra. Di lì a poco sarebbe seguita, il 4 agosto, la bomba sul treno Italicus con 12 morti e 44 feriti.
Per quanto la strage di Brescia si sia consumata quasi cinque anni dopo piazza Fontana, più di un filo le lega assieme. Secondo gli inquirenti a operare fu, in primo luogo, lo stesso gruppo: Ordine nuovo, la principale organizzazione terroristica neofascista. A proteggerlo, ancora una volta, settori del servizio segreto militare, il Sid, l’Ufficio affari riservati, dipendente dal ministero dell'Interno, e interi scomparti dell’Arma dei Carabinieri. Dietro di loro l’ombra della Nato. L’elenco degli stessi imputati sembra quasi fotografare questa realtà composita di soggetti che operarono per realizzare concretamente quella che con una felice definizione giornalistica fu chiamata la “strategia della tensione”. Sul banco degli imputati siederà, infatti, per la prima volta in un processo per strage il fondatore e il capo indiscusso di Ordine nuovo, Pino Rauti, in seguito segretario nazionale dell’Msi nel 1990. Per lui l’accusa è di aver promosso l’attentato nell’ambito della pianificazione di una serie di azioni terroristiche. Accanto, come “organizzatori”, si ritroveranno alcuni dei suoi uomini più fidati, un tempo ai vertici della struttura armata e clandestina dell’organizzazione: Carlo Maria Maggi e Delfo Zorzi (da tempo cittadino giapponese), già processati e assolti per la bomba il 12 dicembre 1969 alla Banca nazionale dell’agricoltura. Il primo anche per aver organizzato l’attentato fallito all’allora ministro dell'Interno Mariano Rumor, davanti alla Questura di Milano, che si era concluso con il lancio di una bomba da parte del finto anarchico Gianfranco Bertoli.
Sempre appartenente a On ci sarà anche Maurizio Tramonte, contemporaneamente collaboratore in quegli anni del Sid con il nome in codice di “Fonte Tritone”. Le sue informative giunte ai vertici del servizio segreto nei primi giorni del luglio 1974 avevano già ricostruito con chiarezza le riunioni preparatorie della strage. Dichiarò poi ai giudici di essere stato in ballottaggio con Giovanni Melioli, un altro ordinovista di Rovigo, per collocare la bomba in piazza.
Ma oltre ai fascisti compariranno anche Francesco Delfino, l’ex comandante del Nucleo investigativo dei carabinieri di Brescia, poi generale, rifornitore, secondo alcuni collaboratori di giustizia, di armi ed esplosivi dei camerati di Avanguardia nazionale e delle Squadre d’azione Mussolini, e Giovanni Maifredi, legato allo stesso Delfino, accusato di aver custodito nei giorni precedenti l’ordigno destinato all’attentato.
Non potranno, invece, essere più presenti Carlo Digilio, il più importante quadro “militare” di Ordine nuovo, agente per sua stessa ammissione della Cia, morto nel 2005, Marcello Soffiati capocellula di On di Verona, anch’egli legato agli americani, scomparso diversi anni or sono, che secondo i racconti di Digilio avrebbe trasportato la valigia con l’ordigno, e Giovanni Melioli, a sua volta deceduto, che avrebbe materialmente posto la bomba, come raccontato da Tramonte, nel cestino portarifiuti di piazza della Loggia.
Le carte raccolte in 13 anni di indagini assommano a più di 800 mila fogli. Una cifra enorme ma in realtà comprensiva degli atti delle cinque precedenti istruttorie e delle otto sentenze già pronunciate, oltre che dei procedimenti relativi ad altri importanti episodi a vario titolo collegati a quel periodo, dal golpe Borghese del dicembre 1970 alle vicende del Mar di Carlo Fumagalli, formazione eversiva che operò anche nel milanese e nel bresciano.
Nel corso della prima udienza si è anche subito avuto modo di parlare di una struttura segreta denominata “Anello”, costituita, grazie a coperture statunitensi, fin dal primo dopoguerra dall'ex capo del Servizio di informazioni militari (Sim) generale Roatta, con monarchici e repubblichini. Avrebbe avuto a che fare con la strage. Su di essa ricadrebbero oltretutto le responsabilità di alcuni assassinii di sindacalisti, fatti passare per incidenti stradali, così come dei tentativi di “omicidi eccellenti”, tra gli altri quello di Aldo Aniasi, ex comandante partigiano e sindaco di Milano.
“Sullo sfondo di questa storia ci sono i servizi segreti italiani e americani”, queste le conclusioni di Roberto Di Martino, uno dei due pubblici ministeri.
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