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1974: strage di Brescia, sulle tracce della bomba
In aula Dario Persic, amico di quel Soffiati cui l'accusa attribuisce il trasporto dell'ordigno «Teneva candelotti di dinamite in casa. Dopo l’attentato disse: “ora il gioco si fa duro”
Pierpaolo Prati - Giornale di Brescia - 11/03/2009
È morto da tempo, ma prima l'inchiesta, ora il processo continuano a parlare di lui. Quella di Marcello Soffiati, ordinovista veronese definito quale amico di Carlo Maria Maggi, è una figura di primaria importanza per la ricostruzione della strage di Piazza Loggia ipotizzata dall'accusa. Secondo i pubblici ministeri - che raccolsero le indicazioni di Carlo Digilio - fu lui a trasportare da Venezia l'ordigno che lo stesso Digilio mise in sicurezza a Verona e che poi sarebbe esploso alle lO e 12 del 28 maggio del 1974.
Dinamite e credo estremo
Il corriere della bomba che causò otto morti e provocò il ferimento di un centinaio abbondante di persone rivive nei ricordi di chi all'epoca lo frequentava e oggi è testimone davanti alla Corte d'assise. Tra questi c'è Dario Persic, amico intimo di Soffiati. Tanto intimo da custodire delle armi che l'estremista di destra veronese gli aveva affidato. Persic ieri è stato interrogato a lungo dal procuratore Roberto Di Martino. Ha riferito alcune circostanze significative.
A partire dal ricordo di quei «candelotti di dinamite che Soffiati teneva in casa» a Verona, per arrivare alla dettagliata illustrazione dell'arsenale personale dell'ordinovista veronese. Dalla sua «rivendicazione» dell'attentato al palazzo della Regione a Trento («mi disse che erano stati loro, facendomi vedere una miccia»), alle sue conoscenze, fino ad arrivare ai commenti davanti alla tv sull'attentato di Piazza Loggia.
Rivoluzione e destabilizzazione
Dario Persic inizia il suo racconto dalla fine: «Ho deciso di lasciar perdere Soffiati - ha detto - quando nei suoi discorsi si è fatta largo la violenza. Approvava fatti come piazza Fontana, piazza Loggia. A me non stava bene». Che Soffiati fosse soggetto dalle convinzioni estreme e che maneggiasse armi, per il testimone di ieri era fin troppo evidente. «In una riunione a casa mia, presenti anche Maggi e Digilio - ha riferito Persic - parlavano della necessità di fare una rivoluzione con l'appoggio degli americani, non li ho mai sentiti parlare di attentati, ma della necessità di forzare la mano per destabilizzare il sistema. Al termine di quell'incontro un altro ospite, uno che faceva il croupier a Venezia, mi minacciò: mi disse di non dire niente di quello che avevo sentito».
Candelotti nella credenza
Dagli «aneliti golpisti», il racconto del teste si sposta alle armi. «Ricordo che Soffiati aveva una pistola cecoslovacca, un mitra, un moschetto, delle bombe a mano, munizioni, oltre ad alcuni candelotti di dinamite e miccia a lenta combustione. Era Digilio a fornirglieli». Su questi ultimi le domande del pm si infittiscono. «Li ho visti per la prima volta nel 1973 - ricorda Persic - erano una dozzina. Fu Soffiati stesso a dirmi che si trattava di dinamite». La visione di quei candelotti gialli non rimase isolata. «Non molto dopo la strage di piazza Loggia, attorno a giugno o luglio del '74 - prosegue il testimone - ci fu un principio di incendio a casa Soffiati. Sua moglie si era dimenticata i biberon dei gemelli nati circa un anno prima, sul fuoco. Arrivai sotto casa e vidi il camion dei pompieri. Salii in casa e le chiesi se la "roba" era al suo solito posto. Mi disse di sì. Le chiesi se erano matti». Quell'esplosivo però da lì non si sposta. «Un mese prima dell'arresto di Soffiati (avvenuto il 21 dicembre del (74) era ancora al suo posto», conclude Persico
«Ora il gioco si fa duro»
Con l'ex amico di Soffiati la Procura ha cercato di ricostruire il giro. «Marcello conosceva benissimo Maggi, ma anche Digilio detto anche "manina d'oro". Quest'ultimo era il braccio di Maggi. Conosceva anche Bandoli, uno che lavorava nella base Nato di Vicenza. Costui in particolare lo aveva fatto entrare più volte nella caserma Ederle. In un paio di occasioni portò dentro anche me». Poche ore dopo l'attentato di piazza Loggia poi la frase che tuona ancora oggi. «Sentii Soffiati dire: "Adesso il gioco si fa duro"» ricorda Persic commentando quelle ore.
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