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L'«Anello» di Brescia
Il processo per la strage a piazza della Loggia nel silenzio dei media. Le trame nere e una struttura clandestina
Saverio Ferrari - Il manifesto - 02/06/2009
Nel più assoluto silenzio dei media nazionali, dal 25 novembre scorso è in atto a Brescia l'ottavo processo per la strage del 28 maggio 1974 in piazza della Loggia: 8 morti e più di cento feriti tra i partecipanti a una manifestazione sindacale antifascista. Si era nel pieno delle trame eversive. Di lì a poco, il 4 agosto, sarebbe scoppiato un ordigno sul treno Italicus con 12 morti e 44 feriti. Sarà certamente l'ultimo dei processi per le bombe nere degli anni '70. I tempi prima della sentenza si annunciano comunque lunghi, un anno e mezzo, forse due. Circa 400 i testi ammessi: un'enormità. Per ora si procede al ritmo di due udienze settimanali. Tutt'altro che scontato invece l'esito delle testimonianze. È il caso di diversi ex fascisti che a distanza di anni, ricostruiscono, almeno in parte, i percorsi stragisti delle rispettive organizzazioni, in particolare di Ordine nuovo.
Tornano alla mente le confessioni di alcuni storici esponenti del neofascismo italiano come Stefano Delle Chiaie, Adriano Tilgher e Fabrizio Zani, raccolte da Nicola Rao ne Il sangue e la celtica. Un viaggio a ritroso nei meandri del terrorismo di destra, in cui le ammissioni di responsabilità sono apparse tanto imbarazzanti quanto chiare. Parole che suonano come una conferma dell'impianto accusatorio incentrato sul ruolo operativo di On, nel contesto di un progetto golpista animato da vasti settori degli apparati militari, carabinieri in testa.
Alla sbarra sono arrivati, dopo ben 13 anni di indagini, sia il fondatore di questa organizzazione, Pino Rauti, sia alcune figure di rilievo della sua struttura clandestina, Carlo Maria Maggi e Delfo Zorzi. Il primo anche "reggente" di On nel Triveneto, il secondo capo cellula a Mestre, già processati e assolti per la bomba del 12 dicembre 1969 a piazza Fontana. Con loro Maurizio Tramonte, neofascista ma anche collaboratore in quegli anni del Sid con il nome in codice di "fonte Tritone". Sue le informative, tenute gelosamente nascoste per anni ai magistrati, che nel luglio '74 avevano già ricostruito, poche settimane dopo, le riunioni preparatorie dell'attentato. Tramonte dichiarò anche di essere stato in ballottaggio con Giovanni Melioli, un altro ordinovista di Rovigo, per collocare la bomba in piazza.
Oltre ai fascisti sono a processo anche Francesco Delfino, l'ex comandante del Nucleo investigativo dei carabinieri di Brescia, in strettissimi rapporti con i camerati di Avanguardia nazionale e delle Squadre d'azione Mussolini (forniva loro anche le armi), e Giovanni Maifredi, legato allo stesso Delfino, accusato di aver custodito nei giorni precedenti l'ordigno destinato all'attentato. Quest'ultimo è stato per ora stralciato dal processo per le sue gravi condizioni di salute.
«Presto ci sarà un grosso botto a Brescia. Un botto in una piazza bresciana, proprio come a piazza Fontana». Queste le parole con cui Giancarlo Esposti, il comandante delle Sam, avvertì Biagio Pitarresi dell'esplosione in piazza della Loggia. A raccontarlo lo stesso Pitarresi. Una testimonianza sofferta la sua. A lungo militante del Msi milanese, detenuto nel carcere di Opera per reati legati al traffico di droga, ha così ricostruito quei momenti: «Incontrai Giancarlo Esposti un mese prima della strage in un bar di Milano. Lo sapevano tutti che era legato ai carabinieri. Non lavorava, ma aveva comunque disponibilità economica. Parlava del botto che avrebbe dovuto verificarsi come di una cosa che lo coinvolgeva in prima persona». Per il teste venne scelta Brescia perché «in quella città con i carabinieri non avremmo avuto alcun problema. La colpa doveva ricadere sui comunisti». Un racconto non isolato.
«Giancarlo Esposti e altri camerati veneti e lombardi erano coinvolti nella strage di piazza della Loggia», questa la dichiarazione di Giuseppe Albanese, rimasto in cella una trentina d'anni tra Porto Azzurro e Asinara, condividendo la detenzione con personaggi dell'eversione nera del calibro di Carlo Fumagalli, Pierluigi Concutelli e Roberto Rapetti, e ricevendo più di una confidenza, tra l'altro anche sui carabinieri: «Fumagalli mi disse che Delfino aveva lavorato a favore del loro gruppo e non delle istituzioni». Un tema ricorrente. «So che Esposti e Delfino si incontravano a Milano alla caserma dei carabinieri di via Moscova», ha ribadito Ettore Malcangi, attivo in quegli anni nelle Sam, che tra il 1969 e il 1974 rivendicarono un'ottantina di attentati. Rilevante anche il giro delle armi. Lo stesso Malcangi ha confessato di essersi attivato insieme a Esposti per reperire armamenti per almeno 40mila persone.
Si torna anche a parlare di alcune morti eccellenti: quella di Ermanno Buzzi, assassinato nell'aprile del 1981 nel "supercarcere" di Novara da Pierluigi Concutelli e Mario Tuti, secondo Marco Affatigato, ordinovista toscano latitante per anni in Corsica, Inghilterra e Francia, perché «aveva scritto un memoriale in cui aveva messo nero su bianco i nomi dei responsabili della strage», e quella di Giancarlo Esposti, avvenuta in un conflitto a fuoco con i carabinieri a Pian del Rascino, in provincia di Rieti, il 30 maggio 1974, due giorni dopo piazza della Loggia. «I carabinieri lo hanno fatto inginocchiare e lo hanno freddato con un colpo alla tempia». È questa la versione che Alessandro Danieletti, uno dei due neofascisti sorpresi insieme a Giancarlo Esposti, avrebbe dato a Marzio Mori, esponente dell'estrema destra milanese chiamato a deporre. La stessa convinzione espressa da Maria Pia Esposti, la sorella, che vide insieme alla madre un cerotto sulla tempia del cadavere per nascondere un foro. «A me non sembra che sparare a bruciapelo rientri nella legge. Mi piacerebbe avere finalmente una versione ufficiale sulla morte di mio fratello», ha concluso.
Sullo sfondo i servizi segreti americani e di casa nostra. È anche emersa una struttura clandestina composta da civili, denominata "Anello", attiva fin dal primo dopoguerra, tra loro ex repubblichini e neofascisti le cui azioni si sarebbero intrecciate con le stragi di piazza Fontana e piazza della Loggia. Molti degli ordinovisti sono risultati nelle indagini essere a libro paga della Cia. Entravano e uscivano dalle basi Nato del Veneto. Circolano ancora le foto di incontri conviviali e matrimoni con ufficiali Usa a far da testimoni a figlie di fascisti convolate a nozze. Immagini dell'Italia di ieri, ai tempi della "strategia della tensione".
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